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Palazzolo trae le sue origini da Acre, città greca fondata nel 664 a.C. dai Siracusani.
Nata come colonia e come fortezza per la difesa dei territori circostanti strappati ai Siculi, si sviluppò sul pianoro di Acremonte, in località "Serra Palazzo".
Acre raggiunse una certa floridezza sotto il regno di Ierone II, nel III sec. a.C:, epoca in cui battè moneta.
Ierone vi costruì, come dice la tradizione, il suo palazzo e l'abbellì di edifici pubblici, come il Teatro greco, di cui si ammirano i resti della scena e della cavea.
Non si sa se Acre fu distrutta dagli Arabi nell'827.
E' certo che intorno al secolo XI la popolazione è già raccolta in un sito ai piedi del colle di Acre, attorno ad un castello, di antica fondazione: tale sito è già indicato in documenti del 1130 col nome di "Palacioli".
Edrisi ne parla col nome di "Balanzul" e in una bolla di Alessandro III del 1169 è citato nella forma "Placeoli": il toponimo è forse legato al nome latino "Palatium" più che a "Platea", cioè mercato.
Poco si sa dei primi signori di Palazzolo. Nel 1282 fu assegnato ad Alaimo Leontino, quindi ai Castellar, dai quali, per atto di matrimonio fra Matteo Alagona e Bartolomea Castellar, nel 1374, la baronia passò alla famiglia Alagona.
A questi succedettero i Santapau e i Ruffo, sotto i quali Palazzolo divenne (1622) principato.
Fu dunque Comune feudale, ma solo i primi signori e gli Alagona e per brevi periodi anche i Santapau abitarono il castello.
Al dominio feudale si sostituì il potere di ricche famiglie, già affittuarie dei feudi baronali, che nel tempo si erano sostituite nella gestione del potere politico agli antichi padroni.
Palazzolo conobbe i moti del 1820, del 1848, del 1860 e il fenomeno del brigantaggio: nel 1865 furono catturati ed uccisi in carcere quattro briganti. da questa data il paese fu retto da una classe di illuminati politici, che contribuirono con efficaci atti amministrativi a dare al paese quel volto urbanistico e quel decoro architettonico, conservati fino ai nostri giorni.




San Paolo fu proclamato patrono di Palazzolo nel 1689.
Fino a questa data patrona del paese era stata la Madonna Odigitria, venerata dagli abitanti del quartiere alto detto di San Sebastiano. La proclamazione scatenò una vera "guerra di santi" fra Sanpaolesi e Sambastianesi, una rivalità che dura ancora ai giorni nostri, come si rileva da questo popolare detto, diffuso fra gli abitanti di S. Paolo:
"I Sampaulisi affacciati e barcuna / masculi e fimmini tutti baruna / i sammastianisi accasciati nte casci / masculi e fimmini tutti bagasci". (I Sampaolese affacciati dai balconi - durante l'uscita del santo - sia uomini che donne son tutti baroni / I Sanmbastianesi saliti sopra le casse / uomini e donne tutti bagasce).
Per questo alla festa di S. Paolo i più accaniti dei Sambastianesi non partecipano.
In passato la mattina del 29 giugno, giorno della festa, una processione di fanciulli, recanti primizie e mazzi di spighe intrecciati con nastri rossi, percorrevano il paese, seguiti dai massari a cavallo.
Questi reggevano u prisenti, un drappo di seta ricamato, su cui le donne dai balconi buttavano fiori e petali di rose.
Venivano poi a centinaia i buoi e le mucche, le capre e le pecore, infiocchettati con i nastri rossi e con la "santa" di S. Paolo sulla fronte.
Sia in chiesa, sia per le strade si raccoglievano i runa, pani votivi offerti al santo, consistenti in grosse ciambelle di pasta "cudduri", su cui era impresso a rilievo un serpente o una tarantola. gli animali, terminata la processione, venivano introdotti in chiesa e fatti inginocchiare all'altare centrale, davanti alla statua del santo patrono.
Nell'immediato dopoguerra il parroco decise di porre fine all'uso di introdurre animali in chiesa e, il giorno di S. Paolo, sbarrò il portone e lasciò tutti, animali e devoti, dietro la porta.
Le proteste si fecero così forti che il popolo scardinò il portone, introdusse gli animali, portò il santo in processione, assieme al parroco inferocito.
Naturalmente la chiesa fu chiusa per un po di tempo e sconsacrata: il parroco la ebbe vinta e da allora scomparve l'uso della benedizione degli animali in chiesa.
Di questo insieme di riti è sopravvissuta solo la raccolta dei pani: " i cudduri", come nel passato, sono raccolti la mattina della festa con un camioncino spinto a mano, u carru ro pani, con la musica, lo stendardo in legno dorato, il pane viene poi venduto all'incanto davanti alla chiesa.
Oggi, il momento più importante della festa è a sciuta l'uscita del santo e la processione.
All'una in punto del 29 giugno, in piena canicola, il simulacro del santo (opera dello scultore ragusano Lorefice del 1507) esce dalla porta principale della bellissima basilica, già dedicata a S. Sofia, portato sulla "vara" da centinaia di uomini a spadda nura, spalla nuda, con un fazzoletto annodato al collo (in origine alla fronte): sono soprattutto contadini, ma anche molti giovani studenti. Segue un rumoroso corteo di donne scalze che compiono per voto u viagghiu scausu.
Mentre il santo si avvia per le strade del suo quartiere, a decine vengono spogliati i bambini, i cui vestiti sono ricomprati dai genitori: i bambini nudi vengono alzati e avvicinati più possibile al santo, che ne propizierà la crescita e preserverà dalle malattie. Nonostante la sua popolarità, il santo patrono deve stare attento a non oltrepassare, durante la processione, i confini della sua parrocchia, che nel passato vennero anche descritti in pubblici documenti: ogni piccola trasgressione provocava furibonde liti con gli abitanti del quartiere alto di S. Sebastiano.

San Sebastiano
Il 10 agosto di ogni anno, alle 13 in punto, con la piazza che trabocca di folla multicolore, nella quale a centinaia sono gli emigranti rientrati per l'occasione da ogni parte del mondo con le abbondanti offerte in denaro recate al santo, col sole che picchia sulle teste ondeggianti quà e là per poter scorgere il bel santo, il fercolo della reliquia prima e quello del martire S. Sebastiano si mostrano ai fedeli e alla folla: il santo con la sua quasi assoluta nudità, immagine archetipa del bell'efebo.
I fercoli sono portati a spalla da centinaia di devoti, accalcati e nuda la spalla, visibilmente contratti per l'enorme fatica e l'estrema tensione emotiva.
Lo sforzo dei portatori è al massimo al momento della discesa della lunga e scenografica scalinata, e per questo si incitano con forti grida e con invocazioni al santo.
La scalinata è ripida e si rischia di ruzzolare giù: i portatori stentano, sbandano, si riprendono fra gli sguardi preoccupati, ma anche commossi degli spettatori; d'un tratto un fuggifuggi, quando dai lati parte una violenta "moschiettiera", mentre il fumo e l'odore della polvere da sparo bruciano gli occhi e prendono alla gola.
La statua del santo fu realizzata nel 1663, prendendo come modello il corpo di un fervente sanbastianese, offertosi volontario a far da calco: si racconta che Paulu Marieddu, come si chiamava il devoto, vide addirittura le stelle, per il dolore, quando lo scultore staccò dal corpo la colata di gesso che aveva gettato per ricavare il calco: pare che il giovane non fiatò.
Così non fiatano i portatori calcati, stretti, asfissiati da una folla strabocchevole, sotto i "baiardi", travi della vara: nessun lamento, ma alte grida: "E chi siemu tutti muti, chistu è lu veru patrunu!".




Il paese è diviso in un alto e un basso, coincidenti coi quartieri di S. sebastiano e S. Paolo, rivali per motivi religiosi e un tempo politici.
La via principale è considerata oggi il corso Vittorio Emanuele che attraversa il quartiere alto da ovest ad est e continua nella via S. Sebastiano, collegando questo quartiere con quello della Guardia.
Fra i due quartieri di S. Paolo e S. Sebastiano si sviluppano alcuni quartieri intermedi lungo il pendio opposto al colle del castello; vi si osservano preziosi esempi di architettura popolare, lungo anguste e tortuose stradine, che escono in ampie e scenografiche scalinate.
Il centro del commercio e del traffico automobilistico è la Piazza Pretura nel quartiere della Guardia.
Da qui per le vie G. Italia e la via Maestranza si raggiunge Piazza del Popolo dominata dalla mole del Municipio, costruito nel 1908 sul precedente edificio della Badia (1580), e dalla chiesa di S. Sebastiano.
Dalla piazza attraverso la via C. Alberto e la via Machiavelli si raggiunge il palazzo Ferla, del '700, sede della Casa Museo, dove sono raccolte le testimonianze della cultura del popolo siciliano e ricostruiti gli ambienti della casa contadina iblea.
Si percorre la via Machiavelli nel cuore del quartiere medievale dell'Orologio e attraverso le scalinate del quartiere Bando si raggiunge la parte bassa del paese, S. Paolo.
Vi dominano le belle chiese di S. Paolo e della Matrice.
Poco distante è la Chiesa dell'Annunziata con un bel portale a colonne tortili abbinate a motivi a pampini d'uva e frutta dei primi del '700 .
Dal quartiere di S. Paolo si può risalire nuovamente al quartiere alto attraverso la via "Scalilli".
Si raggiunge la bella Chiesa di S. Michele della fine del '500, con facciata settecentesca.
Proseguendo lungo la via Acre si perviene alla Chiesa dell'Immacolata di Palazzo con facciata convessa del '700 e campanile laterale seicentesco, forse appartenuto alla precedente chiesa.
Un'attenzione particolare meritano i dintorni di Palazzolo, contrade ricche di testimonianze sicule, greche e romane, e caratterizzate dalle masserie ottocentesche, i segni più evidenti della millenaria civiltà contadina iblea.


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